Se venisse stilata una immaginaria classifica degli artisti più acclamati della scena black statunitense, sia l’ascoltatore più attento che il critico anche il meno severo, avrebbero non poche difficoltà a fermare la memoria su un fotogramma, su un artista o su una canzone. Anche il soul non si sottrae a una generale perdita di identità culturale e razziale: dalla fine dei ’70 con il veloce declino dell’era disco, quella che era stata una delle scene più attive e ricche di fermenti musicali, sembra mestamente perdere talenti e creatività. L’avanzata rap prima e hip hop poi, non fa che alimentare confusione su confusione. Non esiste più una definizione chiara di generi: il mercato chiede nuovi gruppi e nuove mode da innalzare in vetta alle charts di Billboard, e l’industria discografica è lì pronta a piazzare volti e nomi per vendere il più velocemente possibile milioni di dischi, e con altrettanta rapidità tende a esaurirli per sostituirli con nuovi. Il risultato è una musica omologata ad uso e consumo delle radio commerciali; e ogni canzone tende sempre più a somigliare alle altre. Una tendenza via via sempre più accentuata soprattutto negli anni ’90 grazie all’esplosione della pratica dei ‘campionamenti’ (LL Cool J, Puff Daddy e altri maestri del genere), e con un ricambio generazionale che ormai non dura lo spazio di un paio di stagioni.

L’eccezione che conferma la regola risponde al nome di R. Kelly, classe 1969, di Chicago nell’Illinois. Non fatevi però ingannare dalle copertine dei suoi dischi; nell’ultimo appena licenziato dalla Jive records "TP-2.com", l’obiettivo del fotografo lo immortala in versione ‘diva’ avvolto da una bianca pelliccia con la sottile barba che gli incornicia il volto, e ne ritrae il fisico statuario tra catene e amuleti all’interno del libretto. Tutti gli stereotipi classici del ’nero’ uscito dal ghetto e seduto al desco della buona borghesia bianca, vengono così rigorosamente rispettati in un abile operazione di marketing estetico. Ma è solo l’apparenza; questo poliedrico cantante/produttore/arrangiatore ha alle spalle una dura gavetta e una venerazione verso i classici black, assimilitati ascoltando le grandi e polverose collezioni di dischi della Stax, del periodo d’oro di Aretha Franklyn all’Atlantic, e poi Otis Redding e Marvin Gaye. Una cultura musicale messa a frutto crescendo tra piccole soul band, e frequentando le grandi navate delle chiese battiste, maestre di vita gospel. Insomma, la scuola è quella giusta. Di lui i giornali e le riviste del settore iniziano a occuparsi nel 1991, quando appena ventiduenne debutta con la sua band, i Public Announcement, con la quale pubblica un primo lavoro. Ma la carriera di Kelly era nata molto tempo prima, con un duro e certosino lavoro dietro ai banchi delle consolle nei club di Chicago; preferendo indirizzare il proprio talento più sulla ricerca musicale duratura ed evitando le facili scappatoie del motivetto facilmente memorizzabile. In pratica: alle tentazioni dello show business, preferisce (almeno in un primo momento) la totale immersione in un mondo sperimentale e di ricerca per nuove musiche e nascoste tendenze. Ha una predisposizione per quasi tutti gli strumenti, e un attenzione molto spiccata per quanto di nuovo propone l’ambiente musicale. Il big break è fra questi, con le sue frementi pulsazioni dei ritmi e le veloci accelerazioni dei rapper: le esibizioni lungo le grandi strade di Chicago sono forse la parte più eccitante della prima parte della sua carriera, anche se le continue irruzioni della polizia gli fanno spesso considerare l’opportunità di cambiare mestiere… Con la sua band riesce a montare un veloce e fantasioso set che strabilia gli spettatori di un concorso televisivo "Big Break", presentato da Natalie Cole, e lo vince a mani basse. E' solo una fugace apparizione: la band, soffocata dall’ego predominante di Kelly, si scioglie velocemente. Il momento di appannamento è però di breve durata: viene infatti scovato da Barry Hankerson, un manager noto sulla piazza di Chicago, proprio mentre si sottopone ad una audizione per una commedia al Regal Theatre. Hankerson nota la naturale predisposizione e la cura con cui segue i progetti musicali, e gli affida la supervisione artistica per numerosi artisti; da icone soul come Gladys Knight o David Peaston, a una nuova promessa come Aaliyah (che diventerà sua moglie nel 1994, creando non poco trambusto nel pubblico e nei media, visto che la cantante era appena sedicenne…). Nel frattempo inizia anche la sua carriera solistica; nel 1992 ecco arrivare nei negozi "Born into the 90’s", programmatico lavoro sin dal titolo che lo immerge nella contemporaneità dei suoni della scena soul/dance urbana. Il pubblico si accorge subito di lui, anche se resta confinato negli ambiti rhythm’n’blues. I due singoli estratti dall’album "Honey love" e "Slow Dance (Hey Mr. Dj)" diventano immediatamente numeri uno nelle classifiche R&B, mentre lascia timida traccia di sé nelle pop charts "Dedicated", che raggiunge solo la trentunesima posizione. L’esplosione commerciale non è troppo lontana: l’autunno del 1993 segna l’uscita di "12 play", che resta in testa alle classifiche per nove settimane e determina il suo ingresso anche nel ‘club’ degli artisti apprezzati dal pubblico pop. Due i singoli che impongono l’intero lavoro: "Sex me (part I & III)" e "Bum’N Grind".

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