Daniele Silvestri: "Unò-Duè"
“Il mio nemico non ha divisa, ama le armi ma non le usa, nella fondina tiene le carte Visa, e quando uccide non chiede scusa”…
Incisive le parole di Daniele Silvestri nel ritornello di “Il mio nemico”, che riflettono - nella chiarezza che da sempre contraddistingue il suo modo di scrivere - l’attuale centrodestrismo imperante di un’Italia berlusconizzata. E Silvestri sta dimostrando non solo a parole di essere una delle più valide certezze del nostro parco cantautori, confermando album dopo album la propria posizione, che – come scrivevamo dopo averlo visto dal vivo – lo vede “oggi come non mai uno dei migliori artisti che la scena italiana possa vantare”.
L’arma che Daniele sta indubbiamente affilando con sempre più talento è l’ironia. Perché è con il sorrisetto sulle labbra che parla di società e politica, magari tra una battuta e l’altra dei suoi concerti, ed è tra le righe delle sue nuove “canzonette” che diventa davvero tagliente. E’ la forza a cui si attinge dopo tanti anni di esperienza, è la maturità di un ragazzo che diventa uomo e oramai quasi padre (dedica il nuovo disco “a mio figlio, perché ancora deve nascere e già mi ha cambiato la vita”), è la capacità di discernimento di un artista che urla meno slogan a vantaggio di un uso più acuto ed intelligente della parola stessa, che proprio grazie all’ironia diventa meno esplicita ma ancor più “politicamente faziosa”.
E dietro a questa crescita artistica, riesce allo stesso tempo a sfornare anche una vera e propria “hit”, forse l’unica uscita da Sanremo. “Salirò” ed il suo balletto stile discomusic anni ’70 che né è diventato simbolo (ora impresso anche in un divertentissimo videoclip) ha messo tutti d’accordo: critica, pubblico… e vendite! Già, perché sui passi di un grande Fabio Ferri, sia il singolo che l’album sono in Top Ten delle rispettive classifiche.
Ma sarebbe alquanto riduttivo parlare di “Unò, duè” solo per “Salirò”, perché è un ottimo disco nella sua interezza. Quindi la già citata “Il mio nemico”, le atmosfere rarefatte di “L’autostrada” (con la voce della sua compagna Simona Cavallari che raddoppia alcune lievi battute), l’apparente leggerezza di brani come “Sempre di domenica”, “1.000 euro al mese” o “La classifica” (“Signorina cosa mi consiglia? Il disco originale o le 40mila che mi piglia?”), la mediazione linguistica di “Manifesto” che stempera le sue stesse posizioni, quelle di un Daniele più giovane e la sua “Voglia di gridare”. E giunto al traguardo del suo quinto album (il sesto che si considera anche “Occhi da orientale”, il ‘best of’ che chiudeva il suo rapporto contrattuale con la Bmg), scrive la bellissima “Di padre in figlio”, quasi un passaggio di testimone dell’amore per la musica ricevuta da suo padre, e l’amore incondizionato pronto a riversare sul figlio in arrivo, anche negli sbagli che farà crescendo.
Quindi, come un loop senza soluzione di continuità: “Il mio nemico mi somiglia, è come me, lui ama la famiglia, e per questo piglia più di ciò che dà, e non sbaglierà, ma se sbaglia un altro pagherà”…


















