I Virginiana Miller rappresentano senza dubbio una delle voci più interessanti e originali del panorama musicale italiano contemporaneo. Già il nome – dal "Pinus Virginiana", descritto da Miller nel 1768 e custodito anche nell'orto botanico di Pisa – può offrirci qualche primo indizio sulla vocazione per la sperimentazione linguistica e melodica di questa band di musicisti livornesi, segnalatasi nel 1995 alla finale del "Premio Ciampi", ma attiva sin dal 1990.

"La verità sul tennis", uscito all'inizio di quest'anno, è il loro quarto album, dopo "Gelaterie sconsacrate" del 1997, "Italiamobile" del 1999 e il live "Salva con nome" pubblicato lo scorso anno. Le composizioni presentate in questo lavoro sono imprevedibili e sorprendenti, abilmente in equilibrio fra il jazz, la new age e il progressive, con continui salti ritmici che appaiono come una vera sfida alle leggi dell'armonica.

I testi, ora minimalisti ora enigmatici, prendono spunti da fenomeni di costume o di cronaca del nostro tempo, osservati con dolcezza e una certa vena malinconica; come in "Malvivente", dove un ladro diventa un disincantato sognatore che vaga per una Milano romantica, nell'attesa che la volante arrivi inesorabile ad arrestarlo, o in "Requiem per la Rai", nella quale si guarda con nostalgia alla TV che fu, quando "nessuno raccontava i cazzi suoi in pubblico, e i presentatori si facevano la barba prima di andare in onda".

L'inclinazione verso l'intimità, la riservatezza, e la compostezza nel manifestare i propri sentimenti, è uno degli elementi distintivi di questo disco. La musica è libera e luminosa, e scorrendo leggera ci lascia fluttuare nei nostri pensieri, senza metterci fretta. Le parole sembrano quasi degli acquerelli impressionisti: l'immagine è appena abbozzata, ma sufficiente a trasmettere sensazioni chiare e intense. Perché la verità sul tennis non è nient'altro che la verità sulla vita, sugli affetti, sulle proprie tensioni emotive, raccontata senza falsi pudori ma con misura e naturalezza.