«Ci sono tre cose che trovo sempre belle – dice Andy Warhol – : il mio solito vecchio paio di scarpe che non fa male, la mia stanza da letto, e la dogana degli Stati Uniti quando torno a casa». Andy Warhol è un artista, il “principe della pop art”, ma non solo: è un creatore di opinioni, di costume e di spettacolo. Nasce nel 1928 da una famiglia di immigrati cecoslovacchi. Negli anni ‘50 comincia la carriera come disegnatore pubblicitario a New York. Lavora per “Glamour” ottenendo successo e guadagni strepitosi. Nel 1961 iniziano i suoi ritratti seriali. Dà vita alla Factory, lo studio permanente che è insieme un centro di cultura, di arte e di spettacolo. Soprattutto è un clan di persone talvolta geniali, spesso distrutte dal loro stesso talento, dalla droga e dalle proprie nevrosi. Nel giugno 1968 Warhol subisce un attentato che quasi gli costa la vita. Muore nel 1987. “Pop” sta per “popular”. L’arte di Warhol è fatta di immagini in serie che ritraggono volti, ma anche oggetti di uso comune. La stessa immagine viene ripetuta un numero infinito di volte: tutti conoscono i suoi ritratti di Liz Taylor, Marilyn Monroe e Mao; le sue straordinarie lattine Campbell.
Warhol fa dell’arte un fenomeno di costume e di consumo, ma fa insieme del costume e del consumo una forma d’arte. «Penso sempre che la quantità sia la miglior misura di tutto (…). Quando è morto Picasso ho letto su una rivista che aveva fatto quattromila capolavori nella sua vita e ho pensato: “Gesù, potrei farli in un giorno”». La sua è una sperimentazione volutamente e studiatamente superficiale. Warhol è una specie di anti-Cézanne. Per questo motivo non dipinge soltanto: Warhol scrive libri, promuove gruppi musicali, produce film e programmi televisivi… Nel suo lavoro si vede la civiltà del consumo eretta a vita artistica e a filosofia. Tutto questo si ritrova nella Filosofia di Andy Warhol, un libro divertente e intelligentissimo dove Warhol ci spiega con aforismi folgoranti le sue idee su se stesso, l’amore, il sesso, la bellezza, la fama, l’arte, la morte e la vita. Negli anni ’60 egli capisce perfettamente il potere enorme della nuova civiltà dei consumi e della comunicazione. E capisce con un’intuizione geniale che questo potere immenso non sta affatto nell’eccezionalità, ma nella normalità, persino nella banalità. La grande ambizione irrealizzata della sua vita è uno show televisivo tutto per sé. Lo chiamerebbe “Niente di speciale”.
Warhol è un genio trasgressivo, stravagante e tormentato con un’infinita voglia di normalità. La sua vita e la sua arte stanno tutte tra questi due poli: «Quello che preferisco è un aspetto normale. Se non volessi essere così “brutto”, vorrei essere “normale”. Sarebbe la mia scelta successiva».
(Tutte le citazioni sono tratte da A. Warhol, "La filosofia di Andy Warhol", trad. it. di R. Ponte e F. Ferretti, Bompiani, Milano 1999)


