I mestieri della musica (terza puntata):

a colloquio con Renato Serio

Dopo aver intervistato Franco Ventura e Luciano Torani, eccoci giunti al nostro terzo incontro, con un nome altisonante: Renato Serio, direttore d’orchestra e arrangiatore di fama internazionale. Conosciuto soprattutto per la lunga collaborazione con Renato Zero, da otto anni è l’anima del Concerto di Natale che si tiene nell’Auditorium del Vaticano, evento ricco di star internazionali che si cimentano nel classico repertorio natalizio.
Nato il 5 ottobre del 1946 a Lucca - la città di Puccini e Boccherini - Serio, dopo gli studi di pianoforte, composizione e direzione d’orchestra nella sua città, completati presso il conservatorio “Verdi” di Milano, si è affermato come arrangiatore di musica leggera, passando con disinvoltura dalle produzioni discografiche a quelle cinematografiche, fino ad approdare alla televisione.

Lei ha collaborato per molti anni con Armando Trovajoli e Riz Ortolani, due tra i nostri autori più celebri di colonne sonore. Cosa ricorda di quegli anni?

“Erano i miei primi anni romani, infatti sono arrivato nella Capitale nel 1971. Fu proprio il cinema a farmi decidere di cambiare città. Milano voleva dire dischi e pubblicità, Roma aveva la RAI e grazie alla RCA cominciava a contare anche discograficamente. Nel cinema ho avuto varie soddisfazioni, dal momento che ho lavorato con i big in questo campo, in qualche decina di film, da “C’eravamo tanto amati” a “Brutti, sporchi e cattivi” e “Una giornata particolare” di Scola, fino a “Profumo di donna” di Risi. Però col passare degli anni mi sono indirizzato più verso la TV, a cominciare da “Piccolo Slam” con Stefania Rotolo e Sammy Barbot fino ai vari “Fantastico” con Baudo, Celentano e Montesano. C’è da dire che, arrivato a Roma, ho dovuto arretrare professionalmente, come se tutto quel che avevo realizzato a Milano non avesse alcun significato. Sono partito dall’esecuzione per tornare gradualmente all’arrangiamento”.

E’ vero che mentre studiava a Milano, già lavorava come arrangiatore in sala d’incisione?

“Beh, è stata la mia fortuna. Infatti quando mi sono diplomato avevo già una certa esperienza ed ero inserito nell’ambiente… ero una mosca rara! Al conservatorio c’era chi mi considerava quasi un matto! Ma ho avuto le mie soddisfazioni. Ero molto giovane quando “L’arca di Noè”, di cui avevo scritto l’arrangiamento, diede ad Iva Zanicchi la vittoria al Festival di Sanremo”.

Negli anni scorsi capitava più spesso di vedere grandi orchestre all’interno delle trasmissioni televisive di maggior successo. Oggi la formazione musicale standard di una produzione televisiva difficilmente supera i dieci elementi…

“E’ assolutamente così. Oggi si intende ricreare l’atmosfera del piano-bar. Una grande orchestra deve comprendere almeno settanta musicisti, invece l’orchestra di Sanremo, che è composta da cinquanta elementi, viene definita “grande orchestra”. Ciò può dare la misura di come i parametri siano cambiati negli ultimi tempi. Ed è questa situazione generale che mi ha indotto ad occuparmi nuovamente di produzioni discografiche”.

Sappiamo comunque che lei ha da poco avviato un nuovo progetto con un’orchestra denominata “Orchestra del Terzo Millennio”...

“Si, è un’orchestra sinfonica a tutti gli effetti, naturalmente con un occhio particolare rivolto a quello che altri non possono fare. Io sono principalmente un orchestratore, quindi sarebbe stupido collocarmi sul mercato in un settore dove già ci sono dei grandi protagonisti. Il mio prodotto assomiglierebbe a mille altri e poi non intendo fare concorrenza ad Abbado piuttosto che a Muti. La trovata, se così possiamo chiamarla, tiene in considerazione questo gran parlare di abbattimento di steccati fra musica classica e leggera. Del resto io la musica detta “di contaminazione” la faccio da quando sono nato. Si tratta di applicare determinate regole musicali a qualsiasi forma di musica, sia essa canzone o sinfonia. L’anno scorso il progetto è partito in via embrionale con tre concerti all’Auditorium Verdi di Milano, sei suite sinfoniche sui temi dei Beatles, proprio mentre usciva la raccolta “One”, che ha venduto tantissimo in tutto il mondo. E’ stato un esperimento curioso proporre “Michelle”, “Yesterday” e altri successi dei Beatles con una veste sinfonica che utilizza un linguaggio più complesso anche dal punto di vista esecutivo. Questo è un primo progetto ma ne seguiranno sicuramente altri; il mio proposito è quello di allargarmi a dimensioni e repertori ancora differenti. Ah, dimenticavo… molto probabilmente porterò con me questa orchestra al prossimo Concerto di Natale”.

Tornando al suo sodalizio con Trovajoli, quale pensa sia stato il segreto di tanto successo?

“Uno degli elementi è stato l’avvicinamento di un musicista come lui, che proveniva dal jazz, ad uno come me, che venivo da un ambiente più giovanile come quello discografico. Io ho cominciato ad “iniettargli” delle connotazioni più rockeggianti e lui ha trasmesso a me la sua esperienza cinematografica. Forse per questo abbiamo collaborato per quindici anni, costituendo un duo vero e proprio da cui è scaturito ad esempio “Aggiungi un posto a tavola”. E devo dire che lui mi ha sempre riconosciuto grandi meriti. Siamo ancora oggi in ottimi rapporti”.

Una curiosità per chiudere. Qual è la voce italiana che potrà darci maggiori soddisfazioni in futuro, secondo lei?

“Giorgia, con la quale ho lavorato in un concerto di Natale assieme a Bocelli, ha una tecnica vocale non comune, e per fortuna gradualmente sta dimenticando i modi delle varie Houston o Carey. Del resto non ha mai pagato, in termini anche commerciali, l’imitare culture diverse dalla nostra. I più grandi successi italiani a livello internazionale sono da sempre brani dove la melodia ha un valore centrale, da “Nel blu dipinto di blu” in poi”.