Semplicemente uno dei migliori dischi degli anni novanta. Punto. Non c’è bisogno di tante spiegazioni e aggettivi per definire questo capolavoro.
Ma cerchiamo di analizzarlo meglio.
Stupid Dream è uno di quei dischi che ogni appassionato di rock DEVE avere, una pietra miliare, un lavoro ispirato, inattaccabile dall’irritante usura degli anni (non lo sono tutti i capolavori della musica?), perfettamente equilibrato e, soprattutto, frutto del faticoso lavoro di quattro veri, e sottolineiamo veri, musicisti.
Non ci vuole molto per accorgersi delle indubbie doti tecniche del combo inglese, ma se si vuole apprezzare a pieno la pienezza musicale dei Porcupine Tree consigliamo di assistere ad una loro esibizione live. Eccezionale per coinvolgimento e pulizia sonora (nonostante chi vi scrive abbia avuto la dubbia fortuna di ascoltarli suonare al Palacisalfa, orribile struttura sita in Roma simile ad un involtino primavera, con un’acustica tipo tromba delle scale). Stupid Dream non è un concept, ma per tutte e dodici le tracce l’atmosfera che traspare è quella malinconica della delusione, della sconfitta esistenziale. Sussurri appena accennati, chitarre inquietanti e agonizzanti, tristezza profonda e solo raramente illuminata da uno spiraglio di inutile salvezza; i Porcupine Tree ci raccontano il loro mondo attraverso la musica, la loro grande musica. E non c’è spazio per canzoncine smielate e spicchi di felicità patinata. Quella dei Porcupine Tree non è una depressione strisciante e costruita, può essere intesa come l’obbligatoria e non giustificabile sensazione di inutilità che spesso (anzi, quasi sempre) riempie le nostre giornate.
La parabola musicale di Stupid Dream può essere distinta in due blocchi fondamentali: la comprensione e la consapevolezza.
La comprensione della disillusione, l’amara cognizione dell’inconcludenza dell’amore e di tutti i sentimenti altrettanto abusati.
La consapevolezza di una vita da trascorrere nella solitudine – perlomeno psicologica -, ad di fuori dalle impressioni costruite della pubblicità e dal dolore oscuro della vita.
E allora tracce come Even Less, Piano Lessons, Stupid Dream, Don’t Hate me (un brano che si sfilaccia come un panno grondante di lacrime) potranno solo alleviare le sofferenze indicibili che ci attendono al semplice pensiero di trascorrere parte della nostra esistenza nell’isolamento sensoriale. Tuttavia grondante di piccole, fondamentali schegge di limpidezza sonora.
E poi c’è solo grande musica.