Titolo: Nei territori del nordovest
Autori: Boselli, testi; Font, disegni
Editore: Sergio Bonelli editore
Copertina: Villa
Formato: brossurato, 320 pgg
Prezzo: lit. 9500
Distribuzione: librerie specializzate e edicole

Qualche anno fa, in un incontro tenuto presso l’Università “La sapienza” di Roma, Sergio Bonelli, in un dibattito sul fumetto, ammise candidamente che lui, editore, non avrebbe mai permesso ciò che la DC Comics stava facendo in quel periodo con un personaggio immortale come Batman: la decostruzione del mito, l’analisi psicologica dei suoi motivi e delle sue pulsioni, un nuovo approccio nel raccontare le sue storie, la narrazione impietosamente realistica delle sue gesta. No, lui non l’avrebbe mai permesso con il suo Tex. Piuttosto, avrebbe chiuso la testata.
Ecco spiegato, allora, come mai ci sono stati Arkham Asylum, The Killing Joke, The Dark Knight Returns, storie che tutti - TUTTI - gli appassionati del medium fumetto hanno letto e apprezzato, almeno una volta. Ecco spiegato, purtroppo, come mai, alle soglie del 2002, sia uscito fuori il maxi Tex “Nei Territori del Nordovest”, ennesima storia del ranger più famoso d’Italia, letto ininterrottamente da numerose generazioni di lettori perché sempre uguale a se stesso, sempre ripetitivo, sempre granitico nel suo mondo, un mondo in cui i buoni sono buoni e i cattivi cattivi; in cui il bianco abbaglia, e il nero copre tutto con la sua cappa. E basta.
Francamente, in tempi come questi, in cui tutti discutono sulla ragion d’essere di un medium da sempre disprezzato, da sempre deriso, da sempre fonte di derisione per i suoi fruitori (nonostante gente come Buzzati, Eco e Citati ne abbiamo cantato le lodi), non si capisce davvero come si possa ancora proporre una storia così piena di stereotipi, di sensazioni di dèja-vu, di ripetitività. O meglio, non si capisce come mai i lettori permettano ancora a storie del genere di arrivare in edicola.
La storia: Jim Brandon, l’amico “giubba rossa” del dinamico duo sparisce misteriosamente in una missione personale in Alaska. Naturalmente, Tex Willer e il fido Carson (oramai sempre più relegato al ruolo di macchietta, quasi fosse un “Cico” qualunque), una volta venuti a conoscenza della cosa, non ci pensano due volte, e corrono in suo soccorso, sventando agguati come niente fosse, ammazzando cattivi senza il minimo rimorso, dispensando giustizia come noialtri al mattino facciamo colazione, perché loro possono farlo. Sì, loro sono i “buoni”. Dai personaggi di contorno al soggetto in sé, tutto fa acqua in questa storia, e dire che da più parti si plaudiva al nuovo e coraggioso approccio che Boselli stava dando alla serie, svecchiandola. Mah.
Tutto fa acqua, dicevamo, tranne i disegni di un autore “mito”, quell’Alfonso Font che, grazie a serie come “Clark e Kubrik: Spazialisti ltd” e “Il Prigioniero delle Stelle”, tanto per citarne un paio, ha dimostrato di essere (continuando a farlo, peraltro, con ogni nuova storia da autore completo) uno degli artisti più capaci della sua generazione. Qui alle prese per la terza volta con il ranger più fascista della storia del mondo, Font, una volta di più, dimostra di essere uno dei più grandi al mondo, riuscendo a rappresentare in maniera coerente ed efficace paesaggi innevati e foreste (allora) ancora inesplorate, nativi americani e bufere di neve, impressioni di freddo tagliente e ambienti fatti di legno e pietra, dando la sensazione di esserci effettivamente stato, in quei luoghi; di averli conosciuti davvero, quei poveri disperati che sopravvivevano in condizioni improbe in attesa di un colpo di fortuna che, probabilmente, mai sarebbe arrivato.
Ma non è un po’ poco? Il fumetto non è forse altro? Non serve anche a raccontare storie, a intrigare il lettore, a stimolarlo in maniera intelligente? Non erano queste le qualità migliori di serie western come “Blueberry”, “Ken Parker” e la mai troppo compianta “Storia del West” di D’Antonio?