"Non un fiato nella notte entropica. I miei piedi trovano appigli sicuri sul tetto di un palazzo di Hell's Kitchen, la Cucina del Diavolo. Respiro. Come chi si risveglia da un lungo sonno, mi sento tonico, rigenerato, e chiamo all'appello i miei cinque sensi. L'olfatto: posso riconoscere un odore tra un milione e seguirne la traccia in un vagone della metropolitana all'ora di punta. Sotto di me, tanfo di cavoli bolliti, birra da supermercato e varia umanità. L'udito: se mi concentro, il battito di un cuore diventa un tamburo, che suona la sua inconfondibile partitura. Il tatto: le mie dita leggono la trama impercettibile nascosta dietro le cose. Il gusto: la mia lingua può contare i granelli di sale capitati su un cracker. Ho lasciato i miei occhi per ultimi. Due laghi gemelli, azzurri e spenti. Spenti. Sono cieco.
Se potessi vedere, non farei quello che sto per fare. Inguainato in un vestito rosso, aderente come una seconda pelle, chiedo alle mie fasce muscolari di lanciarmi nel vuoto. Sono un tuffatore urbano. Sono un giustiziere mascherato. Sono Daredevil. Un incidente mi ha reso quello che sono, dotandomi di una vista nascosta dietro gli occhi. È una specie di senso radar, pressoché infallibile, poiché non tiene conto delle emozioni.

Sorrido e precipito. L'aria si insinua sotto la tuta e mi accarezza la pelle come un'amante torrida e sfacciata. I brividi che si rincorrono sulla mia schiena sono gattini giocosi. E il cuore, sì... il cuore, è una pallina da tennis trafitta dagli spilli dolorosi dell'adrenalina. Precipito, ma non per molto. Dal mio bastone fuoriesce un cavo d'acciaio che si avvolge intorno all'asta di una bandiera. Contraggo i muscoli delle braccia, assecondo la rotazione, sconfiggo la gravità, e per un attimo volo. No. Non volo. Volteggio.
Mi dirigo verso una finestra al sedicesimo piano di un casermone decrepito, perché è lì che devo andare. Punto i piedi e infrango il vetro, che urla alla notte la sua canzone di schegge impazzite. Sono dentro. Due uomini stanno svaligiando l'appartamento. Un altro tiene a bada una donna. A giudicare dai battiti del cuore, la signora avrà più di settant'anni, e ha paura.

"Ehi! Ma tu chi diavolo sei?", urla uno di loro. "Bravo, ragazzo. Hai indovinato. Sono il diavolo", rispondo, e gli rompo il naso con un colpo a mano aperta, portato dal basso verso alto. Se non avessi dosato la forza, le ossa del naso avrebbero trafitto il suo cervello. Ma io sono bravo con queste cose. Affronto gli altri due, e sento che hanno paura. La mia apparizione improvvisa e il costume rosso: fanno 2 a zero per me. Schivo i loro colpi muovendomi sul tronco. Me l'ha insegnato mio padre. Lui era un pugile, una volta. Lui era il mio eroe. I ricordi mi portano via dall'appartamento e non mi accorgo del coltello che brilla nelle mani di uno dei rapinatori. Schivo il colpo, ma non del tutto, e i denti d'acciaio mordono la carne delicata del mio addome. Sangue. Sorrido. Scusa, pa', adesso ho da fare. Rimbalzo per la stanza come una palla di gomma; colpisco i due tizi ai terminali nervosi situati alla base del collo e cadono in terra come bambole rotte.

Venti secondi ed è tutto finito. Cerco di consolare la donna, di calmarla, ma lei mi si rivolta contro: "Vattene via! Qui non vogliamo quelli come te! Via! Via!!! "